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Capitolo 1: Una piccola torcia

Se ora entrasse nella cameretta per controllare, nel letto del figlio la signora Lina vedrebbe solo una collinetta. È la sagoma di un bimbo che dorme rannicchiato sotto le coperte.

Ma non è il figlio, e non dorme.

Suo figlio è cresciuto e vive lontano, sotto quelle coperte ora c’è un altro bimbo che tiene in mano una piccola torcia e legge un libro. Fa finta di dormire e legge per ore, ha otto anni ed è il figlio della vicina, Fernanda, che abita al piano di sotto e lavora di notte.

“Me lo terrebbe lei, signora Lina?” le aveva chiesto tre anni prima, dando la mano a quel ragazzino con l’aria da monello e il sorriso di un angelo. “Glielo porto alle nove e vengo a prendermelo verso le due, quando smetto di lavorare.”

“Tutte le sere?” aveva risposto la signora Lina per prendere tempo, ma aveva già deciso.

“Sì, tranne i lunedì quando riposo. Le darei qualcosa, naturalmente. Per il disturbo …”

Il bambino disturbo non gliene dava. La signora Lina si sentiva molto sola in quella casa rimasta prima orfana del marito e poi abbandonata dai figli. Le disse di accomodarsi, si misero d’accordo.

Passarono gli anni, tutte le notti Fernanda veniva a riprendersi il figlio addormentato e lo portava in braccio al piano di sotto perché si svegliasse nel suo letto dopo essersi addormentato in un altro. Lui si addormentava sempre tardi, non aveva mai voglia di dormire. Gli piaceva leggere storie fantastiche nei libri che gli comprava la mamma. Immaginava di essere un cavaliere antico, un esploratore, un pirata, uno sceriffo. Dormendo, gli sembrava di buttare via il tempo. Ma la signora Lina era inflessibile.

“Alle nove e mezza si spegne la luce e si dorme”  aveva detto.

“Posso avere quella piccola torcia, mamma?” aveva chiesto il figlio alla madre, al supermercato.

Lei aveva detto di sì e così era iniziata quell’avventura segreta sotto le coperte. Al riparo dei rimproveri della signora Lina, leggeva per ore tutte le notti.

“Che guaio!” pensa il bambino, chiudendo il libro “sono stato uno stupido!”

Il libro è finito in un attimo, lui non ha ancora sonno ma non ha più niente da leggere. Pensa ai libri che non ha ancora letto e che sono tutti al piano di sotto, a casa sua. Si dà dello scemo per non averne preso un altro. Spegne la torcia, mette il libro che ha terminato nello zainetto a fianco del letto, si aggiusta la coperta. Dalla stanza accanto arrivano i suoni della televisione. Guarda l’orologio, le dieci e venti.

“Starà già dormendo sulla poltrona”  si dice, pensando alla signora Lina che quella sera non è neanche passata a controllare. Si gira su un fianco e cerca di dormire anche lui. Alle undici è ancora sveglio. Ha già cambiato posizione e guardato l’orologio mille volte, ma non c’è verso di addormentarsi. Si alza dal letto, infila le pantofole ed esce dalla stanza. Cerca di non fare rumore, attraversa il corridoio, arriva davanti all’unica stanza con la luce accesa, infila dentro la testa.

“Dorme!”

Va nell’ingresso, prende la copia delle chiavi di casa sua dal chiodo dove le tiene la signora Lina, apre la porta d’ingresso e mette una sedia in mezzo perché non si richiuda. Scende al piano di sotto, apre la porta, entra in casa. Accende la luce dell’ingresso, si incammina per il corridoio.

È quasi arrivato alla porta della sua cameretta quando sente qualcosa, si blocca. Tende l’orecchio, è come un grido soffocato. Ha paura, vorrebbe scappare, ma resta lì e ascolta. Sente la voce di un uomo, il rumore di uno schiaffo.

Guarda la stanza della mamma, la porta è chiusa.

“C’è qualcuno, e sta facendo del male alla mamma…” Non sa cosa fare, si guarda intorno. Vede la porta d’ingresso e pensa di tornare su ad avvisare la signora Lina. Ma poi cambia idea, corre in cucina, sale sul ripiano e prende un lungo coltello affilato dalla mensola in alto. Attraversa il corridoio, è davanti alla camera della mamma, abbassa la maniglia, apre piano la porta. Di fianco c’è un grande armadio a muro, l’anta è aperta, scivola dentro e si nasconde fra i vestiti.

“Lo ammazzo, lo devo ammazzare … ” si dice per farsi forza, ma ha paura.

Si appoggia al fondo dell’armadio e scosta i vestiti per guardare. Non vede la mamma, è sul letto e quell’uomo la nasconde ai suoi occhi. Lui è nudo, di spalle.

Ha paura, ma non riesce a smettere di guardare. Cerca di capire come saltargli addosso e pugnalarlo, si sente minuscolo dinanzi alle enormi spalle di quell’uomo che sta facendo male alla mamma. Lui però ha in mano un coltello, lo stringe e si sente più forte. L’uomo grida e si solleva. Ora può scorgere il viso della mamma. Vede che lei sorride a quell’uomo.

“Vieni qui …” gli dice.

Il bimbo non capisce, gli manca il respiro. Resta immobile nell’armadio, con gli occhi sbarrati e il coltello in mano. Quel coltello non gli dà più forza, è un corpo estraneo, ha dimenticato di averlo. L’uomo si alza e si riveste, la mamma mette una vestaglia che il figlio non le ha mai visto prima. L’uomo prende il portafoglio, lo apre, le mette dei soldi in mano, esce dalla stanza.

Il bambino si rannicchia sul fondo dell’armadio mentre gli passano davanti, si copre con i vestiti. Stringe ancora il coltello, con il braccio abbandonato sul fianco, ma non gli serve più.

Ha capito.

Sente la porta d’ingresso che si chiude, i passi della mamma che torna.

Tutto gli sembra irreale, un brutto sogno, la vita di un altro. Lei entra nella stanza, butta la vestaglia sul letto, va in bagno. Il figlio vuole scappare, sa che adesso è il momento giusto per farlo, ma è bloccato. È come se non avesse la forza per fare un solo gesto. Resta fermo. La mamma esce dal bagno e si avvicina all’armadio. Lui non la vede arrivare, si è nascosto fra i vestiti. Lei inizia a cercare qualcosa da mettersi, fa scorrere gli appendini.

Poi lo vede e si blocca.

Hanno tutti e due gli occhi sbarrati, si guardano, il tempo si è arrestato.

“Cosa ci fai qui?” urla, afferrandolo per le spalle e tirandolo fuori dall’armadio. Il bimbo è immobile, ha le braccia appoggiate sui fianchi e non reagisce.

“Da quanto sei qui? Dimmelo! Dimmelo!” continua a gridare. Lui la sente come se la sua voce venisse da un mondo lontano, la guarda e resta immobile. Lui non è più lì.

“Sei cattivo, cattivo, cattivo!” La madre ha una crisi isterica e inizia a schiaffeggiarlo sulle guance. Lui resta immobile. Uno schiaffo, due, tre. Sempre più forte. Lui non si scuote, lei continua. Il figlio sente un dolore acuto, l’anello della mamma gli ha ferito la guancia quando l’ha schiaffeggiato con il dorso della mano. Lei non se ne accorge, è fuori di sé.

“Sei cattivo, cattivo, cattivo!” ripete allungandogli un altro schiaffo, con il palmo.

Il bambino vede avvicinarsi il dorso della mano, sa che lì c’è l’anello e che lo ferirà ancora. La sua  destra si solleva di scatto, è una reazione d’istinto, vuole proteggersi il viso, ma al viso la mano non arriva. Il coltello colpisce la madre all’altezza dello sterno e poi affonda nel suo petto.

Lui non capisce, si era dimenticato di averlo ancora in mano.

La mamma si porta le mani al petto e lo guarda sconvolta, non riesce a credere che lui l’abbia accoltellata. Lo sguardo del bambino è assente, catatonico. Lui non è lì.

La mamma gli guarda la mano che impugna il coltello insanguinato e capisce che non l’ha fatto apposta. Sente che le forze le stanno mancando, capisce che sta per morire. Si mette in ginocchio e guarda con dolcezza il suo bambino.

“Ti va di parlare?” gli chiede, mentre sente la vita che le scivola via.

Il figlio abbassa impercettibilmente la testa, due volte.

Lei comincia a parlare, gli racconta la verità sull’abbandono del padre e sul lavoro che ha perso. Gli dice quanto si sentiva sola. Gli parla della paura di non riuscire a sfamarsi e di non avere più una casa in cui abitare. Gli spiega tutto quello che non ha mai avuto il coraggio di dirgli.

Poi muore.

Il bambino chiude la porta di casa e torna al piano di sopra, come un automa. Lui non è lì.

Toglie la sedia, chiude la porta, riappende le chiavi al chiodo. Va in bagno, lava il coltello e le mani dal sangue. Lui non è lì.

Torna nella sua stanza, si siede sul letto. Ha ancora in mano il coltello, lo guarda. Apre la sinistra e si fa un piccolo taglio sul palmo, sembra un serpente ma è una esse. Significa “solo”  quello che lui sarà da quel giorno in poi.

Torna in bagno, si tampona il taglio con la carta igienica finché non smette di sanguinare. Poi lava di nuovo il coltello e le mani.

Si infila nel letto, mette il coltello dentro lo zainetto, rimbocca le coperte e si addormenta.

Dimentica tutto, passano gli anni.

Lui ora è qui.

E non è più un bambino.

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Capitolo 2: Luca Altieri

Sposto una pila di libri dalla scrivania e mi resta in mano una cartella bianca con l’intestazioneDipartimento di Medicina Legale. Contiene i referti di giovani donne. Morte.

Quella cartella è indirizzata a me, ed è fuori luogo sulla mia scrivania.

Mi chiamo Luca e sono professore di Scienze del Comportamento al Corso di Laurea di Giurisprudenza dell’Università Bocconi. Sono un antropologo, scrivo libri e articoli su riviste scientifiche, faccio qualche conferenza. Sono quello che definireste un intellettuale, e non mi occupo di ragazze morte.

Passo il fascicolo da una mano all’altra, ho la tentazione di aprirlo ma non lo faccio. So bene cosa c’è lì dentro, ho già letto un mese fa tutto quello che mi interessava sapere. Questo fascicolo non ha più niente da dirmi, e infatti l’avevo dimenticato. Ma come capita alle cose dimenticate, è intriso di ricordi.

Brutti” mi dico “ricordi molto brutti

Eppure mi accorgo di ripensare a quei giorni con nostalgia, e questo non mi piace. Allora scaccio la nostalgia e mi rimane la noia di un presente immutabile. Quella brutta storia mi ha fatto venire voglia di una vita diversa, ma alla fine sono tornato alla mia solita routine.

Prendo il fascicolo e mi vado a sedere sulla mia poltrona preferita. Quella comoda, di fianco alla finestra. Inizio a sfogliarlo. Non ci sono solo i referti, ci ho infilato anche le foto delle ragazze e qualche ritaglio di giornale, i miei appunti e due memorandum che avevo scritto per riordinare le idee. I ricordi mi si riaffacciano alla mente come flash, immagini perse nella memoria. Vedo volti, luoghi, persone. Provo rabbia, dolore, frustrazione ma sento anche scorrermi dentro l’adrenalina della caccia. L’istinto che ci portiamo nei geni e che ci riporta ai primordi. Anch’io sono stato a caccia, di un predatore. E quel predatore era a caccia di ragazze da uccidere. È questo che mi manca di quei giorni passati, l’adrenalina che mi dava sentirmi parte della caccia. Dalla parte dei giusti. È tutta qui la nostalgia che provo oggi per quella storia, mi dico.

È stata la storia di Chiara, una studentessa universitaria del primo anno, e di Marco, il ragazzo che amava. Ma anche la storia di Deborah, la sua migliora amica. Una ragazza diversa da lei, che non frequentava i coetanei ma cercava l’amicizia di uomini di successo, come Carlo, un manager della moda. O come Alex e Giorgio, gli amici di Carlo, il primo affermato chirurgo estetico e il secondo analista finanziario d’assalto. È la storia di tre studenti che incrociano una Milano di quarantenni rampanti e di modelle bellissime, come Abigail e Rosy Linn. Ed è la storia di Alice, Virginia e Annamaria, tre affascinanti giovani donne. Alice era una modella ed è poi diventata la direttrice dell’agenzia Milano International Models; Virginia era l’ex moglie del tycoon della finanza Alfio Contrassi; e Annamaria, sua amica da sempre, era una famosa giornalista di costume.

L’università, la moda, la finanza, l’editoria. Quattro mondi così diversi ma tutti così tipicamente  milanesi, che si sono intrecciati nelle due frenetiche settimane durante le quali ho collaborato con la polizia criminale di Milano. Con il comandante Baroni, il tenente Calducci e il maresciallo Tirone. Mi mancano, devo dirlo. Ma allora non era così. All’epoca in cui accadevano questi fatti volevo soltanto uscirne al più presto, tornare alla mia routine di professore universitario e di studioso. A quella vita che un tempo trovavo così meravigliosamente prevedibile e che ora mi sembra solo monotona. In quelle due settimane abbiamo dato la caccia a un serial killer. Quanto di più lontano possa esserci dalla mia vita di allora. E da quella di adesso, se è per questo.

Poso il fascicolo sulle gambe, lo guardo. Graffettato sulla copertina c’è un ritaglio del “Corriere della Sera”  sul ritaglio la foto di una ragazza, di un ragazzo e di un uomo.

Quell’uomo diceva di chiamarsi Trino. Chiudo il fascicolo, ma i ricordi restano.

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Capitolo 3: Trino

Si siede, posiziona la luce della lampada da tavolo, congiunge le mani e scrocchia le dita due volte. La stanza è muta, la casa è muta. Oltre le finestre a doppi vetri, la strada in penombra è muta.

L’uomo accende il computer. Poi ne accende un altro, di fianco. Ne usa sempre due, quando entra in rete. Su entrambi gli schermi appare la schermata di datebook.it, il suo social network preferito. Sorride. La luce degli schermi gli illumina il viso, lo rende azzurrino. Ha un profilo fiero, con un grande naso aquilino a tagliargli in due il viso e i capelli corti, sale e pepe. La schiena è dritta, come gli avevano insegnato al Battaglione San Marco anni prima, e i muscoli si flettono sugli avambracci ogni volta che digita un tasto.

Digita la password sul primo computer: TRINO2LUI. Poi sul secondo: TRINO3LEI. Dagli schermi ora gli sorridono due volti: lui ha circa trent’anni e uno sguardo aperto, un bel ragazzo; lei ha circa vent’anni e uno sguardo sognante, una ragazza adorabile.

Il ragazzo si chiama Gianni T, la ragazza Sara T. i nomi sono accanto alle foto, sulle pagine di datebook. Ma non sono i loro veri nomi, quei nomi glieli ha dati lui, un mese prima. Li ha creati e battezzati. Poi ha dato loro un volto.

Per il ragazzo ci ha messo un po’ a trovare la faccia giusta: lo voleva bello e un po’ sfrontato, ma con l’aria da bravo ragazzo. Ha trovato la sua foto in un sito di modelli neozelandesi, non voleva un volto noto, ma neanche rischiare di incrociare il padrone di quel viso in rete, per caso.

“Sarebbe un incontro imbarazzante” pensa, “come imbattersi in se stessi a un angolo di strada”.

L’ha chiamato Gianni T. La T sta per Trino.

Per la ragazza è stato più facile, la foto ce l’aveva già, da un paio d’anni. L’ha tirata fuori dal portafogli come una reliquia antica, l’ha scansita, ripulita amorevolmente dal giallino del tempo con Photoshop, caricata sulla pagina e le ha dato un nuovo nome per una nuova vita. Sara T, appunto.

Sara era il suo vero nome, il secondo nome, però: quello che a lui piaceva usare quando erano insieme. Quello che solo lui usava per chiamarla. Il primo nome, Anna, non gli era mai piaciuto.

“Un nome buono per gli altri” pensa, “non per noi due, che avevamo una relazione speciale”.

E ora Anna era tornata a essere Sara, Sara T per l’esattezza. La T sta per Trino.

Gianni T, Sara T e lui: Trino è il nome che si è dato.

“È un bel nome” si dice Trino, “odora di onnipotenza”

Guarda negli occhi le foto di Gianni e di Sara, sono i suoi amici. Di più, sono i suoi figli, perché li ha creati lui.

“Ciao” mormora “come va oggi, ragazzi? Siete pronti a uscire? Siamo un bel trio, vero? Vi porto a fare un giro in datebook, andiamo a cercare nuovi amici”.

I volti nelle foto sono sorridenti, e anche Trino sorride di rimando. Come se quei due ragazzi esistessero davvero.

“Bene, prendo questo sorriso come un sì” dice. Poi guarda la foto di lui e strizza l’occhio.

“Benvenuto Gianni Trino 2! Pronto a fare conquiste?”

Sposta lo sguardo sull’altro schermo e accenna un inchino con la testa.

“Benvenuta principessina Sara Trino 3, indicaci tu la strada”.

Ora è davvero Trino, come il nome che si è dato. È una persona, ma ha tre volti.

Non è quello il suo vero nome, lui non si chiama Trino.

Nel mondo reale Gianni T. non esiste, è il suo alter ego maschile. Non esiste neanche Sara T., è la sua alter ego al femminile. Quei due ragazzi che non esistono faranno amicizia per lui, manderanno messaggi, chatteranno, conquisteranno la fiducia di chi conosceranno in rete.

E chiederanno appuntamenti, appuntamenti veri. Nel mondo reale.

Nel mondo reale, Trino sa che dovrà però andarci con il suo corpo e la sua faccia. Non potrà nascondersi dietro i suoi fake. Ma per lui non è un problema, ha già deciso come fare.

Smette di digitare e solleva entrambe le mani. Sente un dolore acuto quasi al centro della schiena, verso il basso. Sa che cos’è, è l’adrenalina che inizia a pompare. Per qualche secondo resta immobile e la fa entrare in circolo. Poi la fitta scompare, è pronto: le mani tremano impercettibilmente sulle due tastiere.

Trino aspetta che passi il tremore, guardandosi le dita. Quando smettono di tremare, abbassa di scatto i due indici sui mouse e clicca su “Aggiornamenti”.

C’è un sapore di trionfo in quel click iniziale, l’impeto di un direttore d’orchestra, e c’è una luce strana che gli sfavilla negli occhi.

“La caccia è aperta!” grida.

Quel grido riecheggia nella casa e s’infrange sui doppi vetri delle finestre.

Quella stanza è il suo tempio, la rete è il suo altare. Trino è a caccia.

Clicca la prima riga “Chiara ha accettato la tua richiesta d’amicizia” la foto di Chiara compare sullo schermo di Gianni T. Ha un viso simpatico, un bel sorriso pulito e punta l’indice verso l’obiettivo, come se gli dicesse: “Sì, proprio tu!”

Clicca su “Foto”. Ora che il suo Gianni T. e Chiara sono diventati amici in datebook, Trino vuole conoscere meglio questa Chiara.

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Capitolo 4: Lucia

“Ti va di fare due passi nel parco?”

Lucia porta alle labbra la tazzina di caffè e beve l’ultimo sorso, fingendo di pensarci. Non vuole rispondere subito perché la risposta sarebbe “Sì, sì, mille volte sì”  ma è il loro primo incontro e non sta bene. Posa la tazzina e lo guarda, le piace quando sorride così …

“Perché no?” dice “mi piace passeggiare… ” e pensa con disappunto alle scarpe Fratelli Rossetti che ha messo quella sera. Per essere elegante e sembrare più alta. Lucia si chiede se sopravvivranno all’erba umida e se i tacchi soccomberanno alle buche dei sentieri. Si chiede anche se ne vale la pena, lo guarda sorridere e si risponde di sì.

Lui chiede il conto alzando una mano, arriva un cameriere e glielo porge, era già pronto. Il conto neanche lo guarda, infila una mazzetta di soldi nella mano tesa e lascia lì il fogliettino. Poi si alza e gira intorno al tavolo, le prende la mano e accompagna il suo movimento quando si alza, mentre con l’altra mano scosta la sedia.

“Sei perfetto” pensa Lucia “semplicemente perfetto! Ma dov’eri nascosto?” si chiede. Sorridendo. Fino a pochi giorni prima lui era solo una faccia e qualche chat in datebook.it, il suo social network del cuore.

Lui la precede, le apre la porta, la fa passare per prima.

“Mi aspetti un attimo?” le chiede mentre chiude la porta del ristorantino romantico dove l’ha portata.

È un locale minuscolo, nascosto in fondo a una stradina che da via Corelli s’inoltra nel parco Forlanini, a Milano. In fondo al parco s’intravvedono le macchine che passano veloci sul viale, dirette all’aeroporto di Linate. Quelle auto sembrano appartenere a un altro mondo, un mondo lontano e irreale, se lo si guarda dalla quiete di quella piccola trattoria immersa fra gli alberi e circondata dai prati.

Lucia fa un lungo respiro e si guarda intorno.

È bello, lì, c’è tanto silenzio e uno spicchio di luna nel cielo. E si vedono anche le stelle perché i lampioni nel parco sono pochi e le luci della città lontane.

“È magica, questa notte!” pensa Lucia e rabbrividisce. Si chiede se è per quel soffio di brezza che le sfiora il seno scoperto dalla scollatura o se è per quei pensieri che le solleticano ora la fantasia.

Lui sta tornando, ha preso qualcosa dall’auto.

“Il mio bastone da passeggio” dice, sorridendo e mostrandole un tubo di ferro cromato.

Lucia capisce che è un gioco. “Che strano…”  si dice, ma qualcosa la distrae, un movimento furtivo della sua mano che infila nella tasca posteriore dei jeans un lungo astuccio sottile.

“Oh, Dio mio!” pensa Lucia. “Sembra l’astuccio di una gioielleria… No, dài, non è possibile… è il nostro primo appuntamento… ” Gli sorride, lui le porge la mano.

Lucia prende la sua mano e lui la conduce verso un sentiero che si addentra nel parco. Lui non parla, Lucia neanche, i grilli friniscono, Lucia è felice. Lui cammina a passi brevi e regolari, appoggiando il tubo per terra ogni due passi, come se fosse davvero un bastone.

Lucia prende il ritmo di quel passo e lo segue nel parco, dove il buio rende tutto più intimo e i rumori delle auto che sfrecciano si attutiscono, fino a scomparire. Lui non le parla, guarda fisso davanti a sé e accelera il passo.

Il buio li avvolge.

“It’s show time!” dice lui, girandosi senza preavviso verso di lei e facendo un inchino, quando arrivano in un angolo remoto del parco circondato da alberi.

“E questo è il mio palcoscenico” allarga le braccia a mostrare l’intrico verde di rami e di foglie che nasconde il mondo alla loro vista.

Lucia ride, sorpresa da quel siparietto inatteso.

Lui lancia in aria il tubo cromato, Lucia lo guarda roteare, in alto, sempre più in alto. E poi lo vede scendere ruotando sull’asse, come il bastone della capofila delle majorettes.

Lui tende un braccio di scatto e l’afferra a un metro da terra, flettendo appena il polso.

Lucia batte le mani e ride, come una bimba che guarda un giocoliere. Lui accoglie l’applauso con un altro inchino, un braccio teso a reggere il tubo cromato puntato per terra e l’altro braccio ad accompagnare l’inchino con una giravolta della mano.

Lucia ride e batte ancora le mani.

Lui solleva il tubo cromato e una gamba, come se stesse per iniziare una danza, Lucia lo guarda, estasiata. Lui fa perno sull’altra gamba ed esegue una giravolta. È un movimento molto fluido, accompagnato dalle braccia che volteggiano. Lucia è incantata, lo guarda roteare come un antico maestro di arti marziali, con il tubo che si solleva e passa sopra la sua testa in un ampio arco.

Ora lui è di spalle ma non si ferma, continua a volteggiare e il tubo scende come un sole al tramonto mentre lui fa una giravolta e torna a guardarla.

Sta fissa rapita, le viene da piangere per la felicità e chiude gli occhi per godere meglio quell’intensa emozione.

Poi è un attimo.

Sente un dolore fortissimo, cade a faccia in giù nell’erba. Non capisce.

Lui le mette un piede sotto la pancia, solleva il piede e la rivolta a faccia in su. La guarda come si guarda una cosa. Lucia sente un dolore insopportabile alla gamba destra e capisce che ha il ginocchio spezzato.

“Benvenuta nel mio show” le dice, calando la sbarra sull’altro ginocchio, il sinistro.

Lucia sviene.

La risveglia il dolore. Apre gli occhi, lui non c’è.

Sente freddo ora, tanto freddo, e le ginocchia le fanno un male terribile.

Solleva un po’ la testa e si guarda. È nuda, stesa sull’erba, sola. Le gambe sotto il ginocchio sono divaricate, come quelle di un burattino abbandonato per terra. Poggia i gomiti sull’erba e cerca di sollevarsi per cercarlo fra gli alberi, per assicurarsi che non ci sia più, che quell’incubo sia finito.

Sente uno scricchiolio e un risucchio nell’aria dietro la nuca, la mazza di ferro si abbatte con forza sul gomito destro. Lucia cade su un fianco, il gomito le fa malissimo. Un altro risucchio e la mazza le spezza il gomito sinistro.

Lucia sviene ancora.

Ora sente qualcosa che le tocca le guance con forza, uno schiaffo, due, tre.

Lucia apre gli occhi, lui è in piedi davanti a lei, le gambe aperte ai lati dei suoi fianchi. Le ha appoggiato la testa su una pietra, si sporge in avanti e la schiaffeggia. Le sue mani hanno un tocco strano.

“Ha messo guanti di plastica” pensa Lucia, le ginocchia e i gomiti le fanno malissimo. Sviene ancora.

La risvegliano gli schiaffi, metodici e costanti, ma lei non apre gli occhi, vuole cercare di pensare.

Perché?” pensa “avrei fatto tutto quello che voleva… Mi piaceva, maledizione! Perché?

Lui continua a schiaffeggiarla. Destra, sinistra, destra, sinistra. Non sono schiaffi forti, ma cadenzati. Sembra un bizzarro rituale. Tutto è irreale tranne il dolore, che ora è insopportabile. Lucia apre gli occhi e lo guarda.

“Perché?” gli chiede con voce stridula, urlando. Lui si ferma e la guarda. Sorride.

“La vuoi la mia amicizia, Lucia?” domanda lui con uno sguardo seducente.

Lucia inizia a urlare, ma non c’è nessuno ad ascoltarla. Lui infila una mano nei jeans e tira fuori l’astuccio. Lo apre lentamente, come una reliquia.

“Oh, Dio mio!” pensa Lucia guardando uscire una lama sottile. “È lunghissimo” pensa “sembra uno stiletto, o un bisturi”. Lucia capisce che tutto era stato studiato e che non c’è nulla che possa dire o fare per cambiare il proprio destino. Quella lama affilata è l’ultima cosa che vedrà. Chiude gli occhi e li stringe forte, non vuole guardare.

“Nessuno è come sembra, Lucia” lo sente dire mentre la lama le incide il petto e scende dall’incavo dei seni verso i fianchi. Prima verso destra, poi a sinistra, e quindi subito sopra l’ombelico, a congiungere i due lunghi tagli. Lucia sente il caldo di piccoli rivoli di sangue che le scivolano sul corpo.

“Stiamo imbrattando l’erba” pensa mentre inizia lentamente a morire.

“Parliamo, ti va?” le dice lui.

Lucia sbarra gli occhi. Vede il sorriso dolce di lui che la guarda con tenerezza.

“Fai la brava bambina, dimmi la verità. Cos’hai da perdere?”

Sembra quasi che la stia pregando.

Lucia sente che le forze iniziano a venirle meno ma non vuole arrendersi, non ancora.

“Cosa vuoi sapere?” risponde con un filo di voce.

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Capitolo 5: Una telefonata inattesa

“Professore, carissimo, può passare a trovarmi?” mi urla nell’orecchio mentre cerco di capire chi sono e dove mi trovo.

“Sì, certo” rispondo, “ma giusto per sapere dove, può dirmi con chi sto parlando?” Guardo l’orologio, le cinque e tre quarti. Del mattino, credo, visto che sono a letto e dormivo alla grande.

La voce al telefono ride di gusto. “Ah professore, lei ha sempre voglia di scherzare…” In realtà ho solo voglia di mandarlo a quel paese ma non mi sembra bello dirglielo prima di sapere chi è, non vorrei che gli sembrasse un desiderio troppo vago.

“Sono il comandante Baroni, ricorda?” Anche  se non lo vedo da almeno cinque anni, me lo ricordo.

“Comandante, è un po’ presto, non trova?”

“È cosa grave” dice lui, cambiando tono e registro “Io sono già in ufficio, stamattina voglio fare una riunione operativa. Mi raggiunge?”

Faccio mente locale, è una giornata tranquilla. “Va bene, sarò lì fra un paio d’ore”.

“Ha capito perché la chiamo presto, professore? Lei ci mette sempre troppo tempo a farsi bello”.

Sto per rispondergli che ci metto molto a svegliarmi, non ad agghindarmi, quando mi coglie una curiosità. “Come ha avuto questo numero, Baroni? È assolutamente privato.”

Lui scoppia a ridere. Una risata dilagante, coinvolgente. Chiude la comunicazione mentre ancora ride, non dice altro. Mi accorgo che sorrido anch’io, senza intenzione, mentre fisso la cornetta ormai muta. Avevo un’altra domanda da fargli: “Che cosa c’entro io con la sua riunione operativa?”

Io di mestiere faccio l’antropologo, insegno Scienze del Comportamento. E sulla privacy, a quanto pare, non ho capito molto: non ci sono numeri di telefono abbastanza privati per il comandante della Polizia Criminale di Milano.

Vado in cucina e metto su il caffè. Uso solo la caffettiera 9090 di Richard Sapper. Mi sono sempre chiesto come abbia fatto un tedesco a disegnare la più bella caffettiera del mondo, esposta al Museum of Modern Art di New York. La mia l’ho comprata usata e mi è costata un centinaio di euro, ma ne valeva la pena, sembra una stele egizia del futuro. Ogni mattina eseguo il mio rito. Inserisco il riduttore nel filtro, la riempio di acqua Panna fino alla tacca interna del parafiamma, aggancio il dente al collo della caldaietta e abbasso la leva sul manico. Poi faccio scorrere un dito sul cilindro d’acciaio cromato e sfioro le guarnizioni in resina di silicone. È il mio gesto portafortuna della mattina, di tutte le mattine.

Mi butto su una sedia ad aspettare che il profumo della caffeina mi stuzzichi le narici e mi svegli. Non soltanto non lo vedo da cinque anni, ma Baroni lo conosco appena.

L’ho incontrato a un convegno, io ero relatore, lui in prima fila. Ricordo che l’ho notato subito, entrava a stento nella poltroncina, ma aveva un abito di taglio eccellente e una cravatta rossa a piccoli pois bianchi, l’aria sorniona e una nuvola di capelli bianchi.

“Avvocato napoletano” mi sono detto, ne aveva tutta l’aria. Baroni mi guardava e annuiva spesso, mentre parlavo. Parlavo a tutta la sala ma, dopo un po’ mi sembrò di rivolgermi quasi solo a lui.

Chi, come me, passa la vita a parlare in pubblico sa che ci sono sempre almeno uno o due spettatori che ti calamitano. Ti guardano dritto negli occhi, sorridono e annuiscono al momento giusto, si aggiustano sulla sedia e cambiano posizione quando hai concluso un blocco logico e ne apri un altro. Dopo un po’ quelle persone diventano il tuo metronomo e scopri di cercare la loro approvazione. In genere, al termine del discorso, si avvicinano per parlarti.

Anche Baroni lo fece. Era napoletano, ma non avvocato.

Ricordo che gli dissi che il suo lavoro mi affascinava, mi invitò ad andarlo a trovare e mi fece sbirciare i profili psicologici di alcuni assassini di cui avevo letto sui giornali. Restai da lui tutta la mattina e poi andammo al bar insieme, un conversatore molto piacevole.

Ci salutammo con la promessa di rivederci, ma poi ci siamo persi di vista.

Leggo il “Corriere della Sera” e bevo due caffè, mi prendo il mio tempo.

La mattina, ho bisogno di almeno tre quarti d’ora per carburare. Prediligo farlo nel silenzio totale, o in ogni caso senza dover parlare. La sola idea di rispondere a qualche domanda o pensiero compiuto prima del secondo caffè mi mette di cattivo umore. Già che ci sono taglio in due un paio di arance e ne appoggio una metà sul mio Juicy Salif. È uno spremiagrumi di alluminio che è diventato un oggetto di culto, l’ha disegnato Philippe Stark vent’anni fa e sembra un ragno a tre gambe. Ruoto indolentemente le mie mezze arance fino a riempire un bicchiere e intanto leggo le pagine sportive.

Bevo la spremuta, guardo l’ora e rinuncio alla lettura delle pagine di spettacolo, si sta facendo tardi.

Una doccia veloce, non mi faccio nemmeno la barba, mi è venuta voglia di sapere di cosa si tratta. Mi guardo allo specchio, porto bene i miei quarantacinque anni, ma intorno agli occhi vedo tante piccole virgole a raggiera.

È perché sorrido troppo” mi dico, clemente. Poi noto anche i due lunghi solchi sulla fronte.

È perché penso troppo” soggiungo, e sorrido al mio volto riflesso.

Apro l’armadio e scelgo pantaloni beige di lino e una morbida camicia Terra di Siena, la lascio fuori dai calzoni e arrotolo le maniche, calzo mocassini scamosciati Tod’s a punta arrotondata, niente calze.

È la mia tenuta di lavoro. Sono un professore universitario ma non amo le giacche, neanche quelle di tweed con le toppe che piacciono tanto ai miei colleghi. Le cravatte poi le odio, anche se un cassetto del mio armadio ne è pieno. Me le hanno regalate nel corso degli anni e le conservo perché mi ricordano che ho scelto di vivere fuori dagli schemi.

Sono un antropologo, un professore, uno scrittore. Sono un quarantacinquenne, un uomo libero, un edonista.

Sono uno che è stato tirato giù dal letto all’alba da una persona che ha visto soltanto due volte, molti anni prima, e che sta andando a una riunione operativa della quale non sa nulla.

Sono un cretino” mi dico mentre affretto il passo per non essere in ritardo. “Ecco cosa sono.

Alle otto e mezza sono già fuori di casa, vado a piedi. Vivo a dieci minuti dalla Questura di Milano.

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Capitolo 6: Chiara

Una mano entra nel campo visivo di Chiara mentre prende appunti. È la mano di Deborah, che spinge un foglietto sul banco verso di lei. Chiara smette di ascoltare il prof. che continua a parlare e legge il biglietto.

“Allora? Come è andata? Voglio sapere tutto!”

Chiara scrive due righe sul blocco, strappa la pagina piano senza fare rumore e gliela passa.

“Cappuccino e brioche?”

Guarda Deborah, che ride e le fa l’occhiolino scuotendo la testa veloce tre volte, dall’alto in basso.

“ … e questa è la fine dell’impero ottomano, nello spirito se non ancora di fatto” dice il prof. dalla cattedra, “il resto lo vedremo lunedì, solita ora”.

Chiara e Deborah raccolgono in fretta i libri, gli appunti, le penne e le borse. Si avviano all’uscita dell’aula prima che si formi un ingorgo. C’è solo mezz’ora prima della prossima lezione e hanno voglia di uscire. Di fronte all’università c’è il Bar One, o il “Barone” come lo chiamano tutti.

È una bella giornata di primavera di quelle che nell’aria senti l’odore dei ciclamini. Chiara e Deborah si siedono a un tavolino fuori dal bar.

“Dài, racconta!” Deborah non ce la fa più ad aspettare.

Ieri sera Chiara è uscita con Marco, un ragazzo del penultimo anno di Medicina a cui, tutte ma proprio tutte, muoiono dietro, e lui se la tira un po’ ma ha un sorriso da urlo.

“Boh, non so” risponde Chiara, “non credo di essere il suo tipo.”

“Ma sei scema? E allora perché ti ha chiesto di uscire? Sentiamo, dove ti ha portata?”

“Alla terrazza della Rinascente, sai quella dove c’è il bar all’aperto all’ultimo piano che si vede il Duomo?”

“Ma dai? È un posto strafigo! Allora ci teneva… Qual è il problema? Noioso? Pompato? Banal-chic?”

“No, no anzi …” Chiara si tira indietro sulla sedia mentre l’amica si protende con il viso e le agita le mani sotto gli occhi.

“La conversazione è andata benissimo, e lui è stato anche galante, sai come quelli più grandi. Faceva cin cin, mi porgeva gli stuzzichini, mi guardava negli occhi quando parlavo…”

“E allora che cosa ti ha fatto credere che non saresti il suo tipo? I brindisi o gli sguardi d’amore?”

Deborah allarga le braccia, esasperata, poi le incrocia e si butta indietro sullo schienale, sbuffando platealmente.

“Quello viene dopo, Deborah” risponde Chiara con uno sguardo un po’ triste.

“Dopo quando?” Deborah ora è seria, attenta.

“Quando mi ha riaccompagnata a casa, non so cosa gli è preso. Forse era il mojito, o forse era colpa mia che gli ho dato un’impressione sbagliata…”

“Ti è saltato addosso in macchina?”

“No, figurati…” risponde Chiara, scandalizzata, “ma mi metteva la mano sulla gamba e mi accarezzava, e poi mi tirava verso di sé mentre guidava e diceva di non fare la timida. Insomma, mi ha infastidito e io gli ho detto di fermarsi che tornavo a casa in tram”.

“E lui? Ha smesso?”

Chiara si mette le mani sul viso, sembra che stia singhiozzando. Deborah si avvicina per consolarla e capisce che invece sta ridendo. Chiara non riesce a fermarsi, ride di gusto. Poi allarga le dita per scoprire gli occhi e la guarda.

“No, si è fermato e mi ha fatto scendere davvero!” e scoppia a ridere di nuovo.

“E tu?”

“Sono tornata a casa in tram!”

Ora ride anche Deborah, il cameriere le guarda di sottecchi e inizia a ridere anche lui, sorridono anche agli altri tavoli del Barone, e nessuno, tranne Chiara e Deborah, sa perché. Ma è primavera, e nell’aria c’è odore di ciclamini.

“Mi sa che è lui che non è il tuo tipo, non come la conti tu…” dice Deborah, puntandole contro l’indice.

“Non me ne va mai bene uno, vero?” risponde Chiara rassegnata.

“Be’, a essere sinceri è un po’ così, Chiarettina, lo sai… ne abbiamo già parlato.”

“Ma cosa dovevo fare? Farmi palpeggiare tutta per fargli piacere? Era il nostro primo appuntamento!”

“Insomma, a parte che si trattava di Marco e che tutta la Statale al femminile gli sbava dietro…” inizia Deborah.

“No, Deborah. Non è così, io voglio un ragazzo romantico, che mi faccia desiderare di fare l’amore con lui e quando lo facciamo voglio che sia tutto perfetto. Non capisci… non è che sono una bigotta, ma voglio l’amore vero, mica un paio di scopate! E ti dirò di più: voglio l’amore e me lo merito anche!”

Deborah la guarda con la bocca semiaperta, come se stesse per iniziare a parlare, ma non sa cosa dire. “… E invece, tutti quelli che incontro non riescono a tenere chiusa la zip dei calzoni neanche per una sera!” conclude Chiara e scoppiano di nuovo a ridere insieme.

“È tardissimo!” Deborah guarda l’orologio. “Letteratura inglese inizia fra tre minuti.”

“Io non vengo” risponde Chiara. “Sono stanca, vado a casa.”

“Va bene, allora scappo” dice Deborah, raccogliendo le sue cose. “Paga tu, ok? La prossima volta faccio io.” E corre via mentre finisce la frase.

Chiara chiede il conto, lascia i soldi sul tavolo insieme a una mancia per quel simpatico cameriere che ha riso con loro e va a prendere il tram, da sola.

Deve proprio essere il mio destino…” pensa mentre guarda scorrere le strade affollate dal finestrino “in tram, da sola. E pensare che ora potrei essere con il superfigo della Statale a passeggiare mano nella mano.

Socchiude le palpebre e si vede con Marco, che si guardano negli occhi mentre tutti gli altri studenti si voltano ammirati. Ma è un pensiero che dura poco: cinque minuti dopo il tram è già arrivato sotto casa.

Sale due rampe di scale ed entra nel suo monolocale, il gatto le viene incontro ronfando, cerca coccole e casca bene, perché Chiara oggi ha coccole da dare. Lo prende in braccio e se lo porta al tavolino davanti alla finestra. Accende il computer e scarica la posta.

“Grazie per l’amicizia, principessa” dice uno dei messaggi in date book, “hai uno sguardo che incanta e mi lascia intravedere magiche promesse. Di chiacchiere al chiaro di luna, di gesti quotidiani ma insieme, di poesie forse. Mie, per te. Tuo Gianni T” Chiara legge d’un fiato e le manca il respiro.

Che ragazzo dolce…” pensa, mentre accarezza il gatto. Chiara non sa che quel ragazzo è Trino. E non sa che Trino ha cinquant’anni e l’ha appena seguita fino a casa.

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Capitolo 7: Il comandante Baroni

L’appuntato bussa alla porta già aperta, Baroni alza lo sguardo accigliato dalle carte, mi vede e sorride. “Professore, che piacere rivederla. Entri, si accomodi.” Apre la mano a ventaglio e indica la poltrona di fronte alla scrivania, alla mia destra.

“Rapini, ci  porti il caffè” dice all’appuntato. “Per me ristretto, per il professore lungo.”

Mi strizza l’occhio, come per dire “Vede che mi ricordo?”

Poi si alza e mi stringe la mano con entrambe le sue. È una stretta lunga, da vecchi amici che si ritrovano. Mi mette un braccio intorno alle spalle e mi scorta alla poltrona. Si siede anche lui, sul divano di fianco.

Si sporge in avanti, le braccia appoggiate alle gambe, mi guarda a lungo e non parla.

Sorride. Sorrido anch’io, non so perché.

Quest’uomo è decisamente bravo a stabilire un contatto” penso.

“E allora? Che cosa mi racconta?” chiede come se fossi passato a trovarlo per caso.

“Baroni, non facciamo il minuetto, mi dica lei piuttosto.”

“Ho bisogno di una mano” risponde lui prontamente. “C’è una situazione strana.”

“Di che genere?”

“Dobbiamo sfoltire i sospetti, sono troppi.”

“E allora?”

“Lei potrebbe aiutarci” dice, scuotendo le mani. “Si comportano in modo strano, non ci capiamo niente.”

“Baroni, non faccio lo psicologo…”

“Professore, è una comunità. Ho pensato che lei magari poteva dirci qualcosa su… i codici di comportamento e così via.”

“Va bene” rispondo, “mi dia i dati. Faccio qualche ricerca e poi le faccio sapere.”

Baroni, si tira indietro, esce dal mio spazio vitale.

È soddisfatto” mi dico, poi però lo guardo meglio e scopro che invece è deluso.

“Che cosa c’è?”

“No, niente. Speravo che ci parlasse un po’, non è roba da libri.”

“Mi prenderà molto tempo?” chiedo. Lui si rianima e torna a parlarmi a due spanne dal naso.

“Professore, il tempo che vuole lei, si figuri…”

“Quanti sono i sospetti?”

“Ma no… quello che ci mette ci mette, e se poi si scoccia lascia. Io le do qualche dato, pochi però, se no magari la condizioniamo. Le dico le poche cose che sappiamo, dalla scena del crimine.”

Questo mi ricorda che Baroni, di mestiere, non sorveglia le strade.

Lo guardo negli occhi e gli chiedo “C’è già scappato il morto, vero?”

“Due” risponde lui, distogliendo lo sguardo.

Ha l’aria di chi non me la racconta tutta, e sa di averla. Lo guardo e aspetto che continui.

“Ce ne aspettiamo altri, professore. Erano due ragazze giovani.”

“Voglio tutti i dettagli, decido io cosa è significativo e cosa no.”

“Certo, è per questo che le ho parlato della riunione. Adesso chiamiamo Calducci e Tirone, che se ne sono occupati direttamente, e le faccio dire tutto, va bene?” Si alza, vuole chiuderla lì e passare alla riunione.

Mi alzo anch’io, lui si è già avviato verso la porta e mi dà le spalle.

“Baroni?” Si ferma, ma non si gira.

“Sì, professore?”

“Non mi ha detto quanti sono i sospetti. Si ricorda? Quelli da sfoltire.”

“Cinque milioni” sussurra.

Penso di non avere sentito bene, anche perché Baroni continua a darmi le spalle. Taccio, si gira.

“Quanti ha detto, comandante?”

“Direi qualche milione, più o meno” abbozza un sorriso, io non ricambio.

“Ma come diavolo faccio a parlarci?”

“Entra nella comunità, per esempio.”

Comincio a capire, altro che quando si scoccia lascia…

“E come ci entro nella comunità?”

“In incognito, naturalmente. Nessun pericolo, le garantisco.”

Mi si riaccosta a cinque centimetri. Siamo entrambi in piedi, io sono più alto di quindici centimetri buoni, ma se adesso entrasse l’appuntato penserebbe che stiamo per baciarci. Faccio lentamente un passo indietro, sollevo entrambe le mani e gliele poso sulle spalle.

Un implicito invito a volare più basso, che ristabilisce la giusta distanza. “Premesso che non ho ancora accettato” gli dico, “mi spieghi due cose: com’è possibile che io entri in incognito in una comunità nella quale c’è perlomeno un assassino senza correre pericoli?”

Il suo sguardo, è inchiodato al centro delle mie braccia tese sulle sue spalle, che gli bloccano gli occhi nei miei. Aspetto.

“E la seconda?” mi chiede come se fossimo al bar.

“Perché dovrei dirle di si?”

Gli occhi di Baroni scintillano, le sue mani scattano sui miei fianchi, trasformando la mia stretta in un abbraccio. Siamo fratelli, ora. Compagni di strada sulla via di Damasco, in mezzo alla sua stanza.

“Quello ne ammazza altri, professore. Ci dia una mano” dice Baroni, scivolando nel patetico.

“Non ha risposto alla prima domanda, comandante.”

“Ah, non si preoccupi, professore, è cosa fatta. Nessun pericolo, glielo garantisco, sappiamo noi come fare.” Mentre lo dice si gira su un fianco, la sua mano destra mi scivola intorno alla vita si avvia verso la porta.

Io mi ritrovo al suo lato e sono costretto a fare un passo in avanti per non cadere.

Finisce che usciamo dalla porta allacciati: il suo braccio intorno alla mia vita e il mio sulle sue spalle. Non ci posso credere, “quest’uomo è un genio del balletto empatico, è il Nureyev della ruffianeria” mi dico mentre avanziamo uniti verso la sala riunioni e lui comincia a parlarmi di tattiche preordinate.

Non lo seguo più, sto pensando che una cosa almeno l’ho capita: ogni volta che mi chiama “professore” sta cercando di fregarmi.

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Capitolo 8: Uno sguardo indiscreto

La maggior parte della gente non capisce quanto sia facile ricostruire le loro vite sulla base dei tanti, piccoli indizi che lasciano dietro di sé in rete” pensa Trino, mentre fa finta di leggere “La Gazzetta dello Sport” sotto un portico della Statale.

Sta ripensando alla sera prima, quando ha iniziato a comporre pezzo dopo pezzo il puzzle della vita di Chiara. Prima di mandarle quel messaggio, firmandosi Gianni T.

Per capire tutto di Chiara, ha iniziato cliccando su “Info” le informazioni che ogni membro di datebook decide volontariamente di rilasciare. Trino sa che sono le meno importanti perché ognuno si racconta come vorrebbe essere e non com’è davvero. Lo facciamo già nella vita normale, figuriamoci in rete dove non puoi verificare.

Però Trino sa bene che alcune informazioni sono rivelatrici. Se, per esempio, la ragazza scrive “impegnata” significa che difficilmente accetterà di incontrarti e se scrive “relazione complicata” significa che si sta guardando intorno. Se invece scrive “single” allora è disponibile, che sia davvero single o no.

A volte quella ragazza è un fake, qualcuno che si è creato una falsa identità. Trino va allora a vedere le Foto. Se ce n’è una sola, cancella l’amicizia perché quel profilo è quasi sicuramente falso.

È facile trovare una foto di una bella ragazza da caricare sulla propria pagina e fare finta di essere lei, ma una sequenza di foto no, quella è più difficile. Certo, si può fare, ma devi clonare un’intera identità. Devi sceglierti qualcuno e riprodurre tutte le sue foto, la gente non lo fa perché è più facile farsi beccare.

Dalle foto si possono ricavare molte informazioni interessanti. Come per esempio i luoghi delle vacanze, le feste fra amici e i locali che frequenta. Basta saper guardare, e se ti serve guardare meglio, puoi farle diventare più grandi. Così capisci tante cose di quella ragazza. Capisci se le piacciono i ristoranti di lusso o se le va bene anche una pizzeria, se i suoi amici sono tamarri o intellettuali, se d’estate si mette il perizoma o un bikini più austero, se gira le discoteche o preferisce i baretti.

Capisci sempre chi è la sua migliore amica.

Dalle foto decodifichi, un po’ alla volta, la sua vita.

Ed è solo l’inizio. Poi Trino guarda sempre a quali Gruppi e Like si è iscritta.

I Gruppi e i Like sono la vera carta d’identità.

Chi si iscrive ai Gruppi e ai Like è visibile da chiunque. Se sai leggere fra le righe, lì trovi davvero tutto perché i gruppi sono la vera anima di un social network. Se la ragazza che stai cercando di capire che tipo è si è iscritta al Gruppo “Quelli che cercano il vero amore” è un conto, se invece frequenta il Gruppo “Quelli che vogliono scopare con uno sconosciuto” è un altro; se dichiara che le piace Sigmund Freud è di un tipo, se invece le piace un tronista è di un altro.

Per non parlare delle informazioni collaterali, che puoi utilizzare nella corrispondenza per renderti più credibile come anima gemella, Trino scopre se la ragazza è ambientalista e ama gli animali oppure se è sportiva e ama il trekking, capisce se le piace il mare o la montagna, capisce che tipo di persone adora e quali odia. Ma non è tutto, Trino va a guardare anche nei Quiz e nei Test.

I Quiz e i Test che fai dicono molto di te, sono come quelli delle riviste estive: tracciano il tuo profilo psicologico.

Tutti credono che la parte più importante sia il risultato del test. Ma non è così. Trino sa che quello che davvero conta è la scelta del test, perché dice implicitamente cosa hai voglia di capire di te stesso. Non solo su come sei, ma soprattutto su come vuoi che gli altri ti vedano. E su datebook i quiz e i test che fai sono tutti registrati e visibili. Domande e risultati, basta cliccare su Riquadri e leggi la storia psicologica della persona che ti interessa.

Ma non basta …

Trino incrocia i dati di datebook con le ricerche in Google e alla fine sa quasi tutto quello che vuole sapere. Trino sa tutto di Deborah.

Deborah Grandini” ripete mentalmente, “studentessa del primo anno di Lettere Classiche, nata nel 1990 a Sesto San Giovanni, pendolare, le piacciono le discoteche…

Si stacca dal muro a cui si era appoggiato e si mette a camminare.

“… amica del cuore di Chiara De Stefani, compagne di corso a Storia Antica che si tiene il lunedì e il mercoledì dalle 8.30 alle 10.00 nell’aula 1.2.C …

Trino sente il suono delle campane rintoccare gioioso, è proprio una bella giornata. Guarda l’orologio, sono le dieci.

Deborah esce sempre con ragazzi diversi e anche con uomini fra i trenta e i quarant’anni, a giudicare dagli scatti fatti con il telefonino. Li ha messi tutti in un album che ha chiamato Rock me Up.

Trino sorride e guarda il passo molleggiato di Deborah davanti a lui. Deborah si agita a ritmo di samba anche per una semplice passeggiata.

A differenza della sua amica Chiara, non ha opinioni politiche né supporta cause sociali e ambientali, non ama gli animali e non cerca l’anima gemella, studia il minimo indispensabile e vive di notte.

Trino trascina una sedia e si siede incrociando le gambe, si riaggiusta i Ray-Ban sul naso aquilino e fa un cenno al cameriere del Bar One.

Che cosa mai si diranno quando sono insieme?” si chiede.

“Portami uno spritz” dice al cameriere, e apre di nuovo il giornale.

Ora può leggere davvero, quelle due non hanno certo l’aria di volersene andare.

Quando Chiara e Deborah iniziano a ridere a crepapelle, Trino abbassa il giornale e rimane a guardarle affascinato. Le guarda fino ai saluti.

“Paga tu, ok? la prossima volta faccio io” dice Deborah e va via di gran carriera, Trino non si muove.

Portami a casa tua, ora, principessa…” pensa mentre il cameriere sorride a Chiara con un’espressione ebete.

“… ci troverai una sorpresa” mormora Trino, “una mail romantica, come piacciono a te.”

Chiama il cameriere che era rimasto incantato.

Lascia i soldi sul tavolo e si alza per seguirla. Non vuole perderla proprio ora. Il cameriere gli allunga il conto mentre lui allunga il passo. Trino lo guarda di sfuggita e se lo ficca in tasca, pensa che sul tavolo ha lasciato troppi soldi.

Quando arriva il tram di Chiara, Trino chiama un taxi alzando la mano sinistra. La guarda salire sul tram mentre apre la portiera del taxi. Non riesce a staccare lo sguardo, come se facendolo rischiasse di rompere la magia.

“Vada dritto, le dico io quando girare” dice al tassista lasciandosi cadere sul sedile.

“Vada piano, stia pure dietro a quel tram, non ho fretta.”

Ora andiamo a vedere dove abiti…” Trino abbassa il finestrino, appoggia il braccio fuori e tira un lungo respiro.

Nell’aria c’è un intenso, invitante, profumo di ciclamino.

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Questi sono i primi otto capitoli di Social killer, il romanzo a puntate creato per una fruizione su cellulare, in tutta mobilità. Per continuare a leggere Social Killer, scarica gratuitamente ogni giorno un nuovo capitolo. Il thriller è distribuito gratuitamente (esclusi i costi di connessione) in esclusiva ai clienti Vodafone e ai possessori di Iphone tramite la relativa applicazione. Tutti i capitoli scaricati rimarranno nella memoria del cellulare e si potranno rileggere ogni volta che si desidera.

A causa di alcuni problemi tecnici che hanno impedito a molti di leggere alcuni capitoli del libro, vengono pubblicati qui di seguito i capitoli interessati.

Capitolo 22: Un invito, inatteso

“Cosa ci fai a casa a quest’ora?”
È Virginia, Marco abbassa il volume del televisore. Non vuole avere l’aria dello sfigato che scanala minchiate a mezzanotte.
“Leggevo” risponde.
“Ah, bello! Cosa?” Marco va in panico per qualche secondo, cerca di ricordare un titolo di libro intelligente o almeno un autore di quelli giusti…
“Che dici, ti va di uscire?” riprende Virginia, alla quale evidentemente importava molto poco del libro e voleva solo passare dai saluti all’invito. Marco tira un respiro di sollievo.
“Sì, dove andiamo?”
“Ti porto in un posto giusto, passo a prenderti fra mezz’ora.”
Marco è un po’ deluso, sperava dicesse: “A casa mia, come la settimana scorsa”.
“Va bene” risponde.
“Tanto qui a casa mi rimbambisco di tv e basta” pensa fra sé.
“Che posto? Forse lo conosco” dice invece, così, tanto per dire qualcosa.
“Si chiama Just Cavalli, ci sei già stato?”
Marco si tira su di colpo dal divano.
Sono settimane che cerca di entrare in quel locale ma il buttafuori lo rispedisce a casa, è il posto più trendy di Milano, roba da fighetti trenta, quarantenni con il grano in tasca e modelle da pelle d’oca. Ma lui, con la sua faccia da studente universitario, non è mai riuscito a superare l’altolà alla porta.
“Ok, fai tre quarti d’ora, però” risponde con aria indolente, per non farle percepire la sua eccitazione.
“Oki doki biondino” risponde lei, e mette giù.

Marco solleva lentamente il braccio, poi lo fa scattare verso il soffitto, chiude il pugno e tira su l’indice.
“E vai!” grida alla stanza vuota “Just Cavalli!”
Si alza e si avvia verso il bagno iniziando a sfilarsi i vestiti e lasciandoli cadere a terra lungo il percorso. Che è breve, perché il suo monolocale è una casa delle bambole e fra il divano e il bagno ci sono tre passi. Marco fa quei tre passi con la sfrontatezza di un California Dream Man in passerella. È una marcia trionfale, bonsai.

Apre la cabina doccia, alza la temperatura dell’acqua e richiude la porta, gli piace entrare in doccia quando c’è una nuvola di vapore caldo ad attenderlo. E ripensa a Virginia.
L’ha conosciuta cinque giorni prima, praticamente lei lo ha agganciato per strada. Era tardi e Marco tornava a casa a piedi, quando una Mercedes SLK 500 argento gli si era accostata silenziosissima, Marco ricorda che non l’aveva nemmeno sentita. A un certo punto gli era comparsa di fianco, aveva visto il finestrino elettrico che si abbassava e sentito una voce di donna che diceva: “Mi aiuti per favore?”
Marco era sceso dal marciapiedi e si era abbassato per guardare dentro. La prima cosa che ha visto erano state due gambe da urlo velate da calze con le autoreggenti di pizzo nero che uscivano da una gonna così corta da coprire solo le mutandine.
“Che poi ho scoperto che non c’erano” pensa Marco mentre si spalma la schiuma sul viso. Poi ricorda che aveva sollevato a fatica lo sguardo da quelle gambe e si era imbattuto in una scollatura che tratteneva a stento un seno esuberante.
“Ehi, biondino, sono qui sopra…” gli aveva detto lei ridendo e Marco avevo alzato, sempre a fatica, gli occhi per guardarla in viso con un’aria da ebete deliziato.
L’aveva guardata e basta, neanche una parola, sapeva che i suoi occhi dicevano già tutto.
“Sorpresa! Ho anche una faccia!” aveva detto lei, allargando le braccia e continuando a ridere.
Poi era andato tutto a valanga, Virginia gli aveva chiesto se sapeva dove poteva trovare un tabaccaio aperto a quell’ora, Marco aveva iniziato un’elaborata spiegazione, lei gli aveva detto: “Dài sali, mi ci porti e poi ti accompagno a casa”, avevano iniziato a parlare del più e del meno e lei era scesa a comprarsi le sigarette.
Rientrando in macchina gli aveva detto: “Vieni a bere qualcosa da me” così, senza punto interrogativo. Marco sapeva leggere fra le righe e aveva risposto solo “Ok” perché, a quel punto, non c’era molto altro da dire.

Marco prende il rasoio e affila la lama su una striscia di cuoio, poi entra in doccia, stando attento a non bagnarsi il viso insaponato. Inizia a radersi lentamente, avvolto dal vapore che gli dilata i pori e fa scivolare la lama. Usa un rasoio antico, di quelli da barbieri d’inizio secolo. Ne ha una collezione. Tira via tutta la schiuma con otto piccole, perfette sciabolate, e rifinisce i dettagli con dodici virgole dettate dal polso, poi fa un passo in avanti e si posiziona al centro del getto. Chiude gli occhi, lascia scorrere l’acqua bollente sul suo corpo e ripensa a Virginia.

“Siediti, versati qualcosa da bere. Mi fai un whiskey sour? Ti spiace? Io intanto vado a mettermi comoda…” gli aveva detto, lasciandolo lì nella sala, a chiedersi “come diavolo si fa un whiskey sour?”
“Come lo vuoi il whiskey sour?” era riuscito a gridarle dietro Marco prima che scomparisse in fondo al corridoio
“Normale” gli aveva risposto “due quinti di whiskey, due quinti di succo di limone, un quinto di sciroppo di zucchero. E non dimenticarti la ciliegina! Trovi tutto nel mobile bar alla tua destra.”
Dopo un quarto d’ora Marco era tutto fiero dei suoi due whiskey sour con ciliegina. Si era messo comodo sul divano con il bicchiere in mano e l’aria da uomo vissuto, ad aspettare che lei rientrasse.
La porta del corridoio si era aperta lentamente e lui aveva iniziato a sfoderare il suo mitico sorriso sornione, quello che piaceva tanto alle ragazzine che frequentava. Ma dalla porta non era uscito nessuno.
Poi aveva percepito un movimento e, abbassando lo sguardo, aveva visto Virginia che entrava nella stanza a quattro zampe, guardandolo dritto negli occhi e con indosso soltanto le autoreggenti con il pizzo nero. Teneva la schiena inarcata verso il basso, la testa protesa verso di lui e faceva ondeggiare il sedere verso l’alto. Era un movimento magnetico, come se disegnasse un otto in orizzontale.
“È il simbolo dell’infinito” aveva pensato Marco senza riuscire a staccare gli occhi da quel movimento che assecondava ogni passo, leggero, sinuoso. Un braccio e una gamba in avanti, un semicerchio nell’aria; l’altro braccio e l’altra gamba a seguire, un semicerchio a completare il giro. Con la vista periferica percepiva lo sguardo di Virginia, uno sguardo felino, da predatore. Ma quella fissità inquietante era smentita a ogni passo dal movimento ritmico del morbido seno abbondante.
L’avvicinamento era durato alcuni minuti, ma a Marco sembrarono ore, il tempo era sospeso e l’aria rarefatta. Poteva sentire il suo respiro che si era fatto pesante, accordandosi al battito accelerato del cuore. Quando Virginia arrivò vicino al divano, gli aprì il bottone dei jeans con una mano e con l’altra tirò giù la cerniera, con un movimento fluido, esperto. Poi spostò il braccio sotto la sua schiena e lo costrinse a inarcarsi sollevandolo dal divano, mentre con l’altra mano gli abbassava i jeans alle ginocchia.
Marco ricorda che si sentiva ridicolo, con una mano appoggiata al divano e il bicchiere nell’altra, mentre cercava di non cadere e di non rovesciare il whiskey. Ma Virginia non aveva finito di stupirlo. Prese la ciliegina dal bicchiere, tirò delicatamente verso di sé l’elastico dei suoi slip e la lasciò cadere dentro.
“Sei stato bravo a ricordarti la ciliegina, biondino” gli disse “tu non immagini quanto adoro le ciliegine…”
Marco smise di sentirsi ridicolo. Non rispose, si limitò a chiudere gli occhi.

L’acqua bollente della doccia scorreva ormai sul suo corpo da almeno dieci minuti quando Marco riaprì gli occhi. Guardò in basso e valutò con ammirazione il potere evocativo dei ricordi.
“Sarà meglio che passi subito all’acqua gelata” si disse, e girò la manopola dall’altra parte.

Capitolo 23: Un tratto in comune

“C’è qualcosa che non funziona…” mi dico da un’oretta.
Guardo l’orologio, sono le due di notte, ma non posso aspettare, devo parlarne subito al tenente Calducci. Prendo dal portafogli il suo biglietto da visita. Faccio il numero, risponde al secondo squillo.
“Calducci, chi parla?”
“Sono Altieri tenente, ho un problema…”
“Non è il solo, professore, mi dica.”
“La prima vittima si chiamava Anna Biselli, giusto?”
“Sì, esatto.”
“È sicuro che fosse in datebook? Non riesco a trovarla…”
“E non la troverà, infatti.”
Sto zitto, aspetto che finisca di spiegarmi.
Calducci ha uno strano modo di parlare con me, dice lo stretto indispensabile, come se ogni parola gli costasse uno sforzo enorme. O come se dovessi implorargli la cortesia di darmi delle informazioni. Ma sono io che sto facendo un piacere alla Polizia Criminale, e decido quindi di non chiedergli altro.
Silenzio. Lui riprende a parlare.
“La sua pagina l’ha cancellata il padre, la settimana scorsa.”
“Ne avete almeno una copia?”
“Una copia?” mi fa eco. Sta prendendo tempo. Non ci hanno pensato.
“Merda!” sbatto un pugno sul tavolo. Il rumore si sente sicuramente anche in Questura perché Calducci fa uno strano risucchio, come se si fosse beccato un pugno in pancia.
“Ma che diavolo, tenente! Non vi è venuto in mente che quella pagina era uno strumento d’indagine?”
Deve averlo capito solo in questo momento, tace. E non per reticenza, questa volta.
“Abbiamo perso il controllo, il padre l’ha cancellata e basta. Voglio dire, mi sembra anche normale… la figlia era morta, che ci faceva quella pagina in rete, era macabra…” farfuglia, si sta rendendo conto della portata dell’errore “… le prove di solito le raccogliamo sulla scena del crimine… Che ne sappiamo noi di queste robe di internet …”
“Lasci perdere, tenente” lo interrompo. “Mi racconti di Anna Biselli.”
“Che cosa vuole sapere, professore?”
“Mi aiuti a capirla meglio. Della seconda vittima…” mi fermo, ricordando che Baroni mi aveva esortato a chiamarle per nome, “di Lucia Ingrosso mi sono fatto un’idea, dalla sua pagina in datebook.”
“Cosa ne pensa della Ingrosso? Glielo chiedo solo per capire cosa le interessa sapere della Biselli…”
“Ragazza giovane, lavoro noioso, vita noiosa, niente fidanzato, un paio di amiche d’infanzia…”
“Genny Casiro e Ilia Pileri” precisa Calducci.
“ … con le quali esce un paio di sere la settimana. Ristoranti economici, pizzerie di quartiere, una discoteca…”
“Il Bolle Blu” precisa di nuovo.
“Esatto.”
“Un posto tranquillo, studenti per lo più. Abbiamo verificato” aggiunge il tenente.
“Poi le sue due amiche si sono fidanzate, e lei è rimasta appesa…”
“E lei come lo sa, professore?”
“Lo vedo dagli album di foto, Calducci” tiro a concludere, voglio tornare alla prima vittima. “Negli album recenti Lucia Ingrosso è sempre lì a fare la candela, escono in cinque. Mi parli di Anna Biselli adesso.”
“Brava ragazza, studentessa, quasi sempre a casa” inizia. “una che aiutava la mamma con le faccende domestiche. La madre lavora, fa turni molto lunghi… amici pochi, niente ragazzi, ne aveva uno, ma poi la storia è finita…”
“Quando?”
“Più di un anno fa. Abbiamo convocato il ragazzo, lo depenni pure dai sospetti… Non è lui. Si sentivano ancora, sono rimasti amici. Le amiche della Biselli dicono tutte che era un bravo ragazzo, non che creda a tutto quello che mi dicono, ma l’ho visto… è un bravo ragazzo, professore.”
“E lei?”
“Cosa?”
“Che tipo era? Come si vestiva quando usciva? Voleva attrarre l’attenzione?”
“No, tutt’altro direi. Brava ragazza anche lei, le ho detto.”
“Fisicamente?”
“Nella media. Alta 1.67, magra, capelli e occhi castani. Nessuna scarpa con tacco superiore a quattro centimetri nell’armadio, perlopiù scarpe da ginnastica e jeans, una ragazza così…”
“Diversa dalla Ingrosso, allora…”
“La Ingrosso era più alta, più appariscente, anche più formosa. Minigonne e vestitini, scarpe con il tacco, qualche accessorio firmato. Aveva uno stipendio fisso e viveva dai genitori, poteva comprarseli…”
“Qualche somiglianza fra le due, secondo lei ?”
“Direi di no, ma neanche tanto diverse…”
“Perché?”
“Stessa estrazione sociale, stessi tipi di amici, niente fidanzato, molto spesso a casa… La Ingrosso era più grande di un paio d’anni e lavorava. Questo creava qualche differenza.”
“Non mi interessano le differenze, tenente, mi interessano le somiglianze!” mi rendo conto di avere involontariamente alzato la voce.
“Posso chiederle perché, professore?” risponde lui gentilmente, come per sottolineare la mia scortesia.
“Mi scusi, tenente, sono un po’ nervoso.”
“Non lo dica a me… questa storia è diversa da tutte le altre, è la prima volta che a Milano ci imbattiamo in un possibile serial killer…”
Capisco che le dinamiche comportamentali di un social network non sono l’unico motivo per il quale Baroni mi ha chiamato in causa. Quell’uomo è una matrioska, più apri e più trovi qualcosa.
Calducci invece comincia a diventarmi simpatico, capisco che la sua ostilità nasconde la frustrazione di chi non riesce a trovare il bandolo della matassa.
“Le va di parlarne?” gli chiedo.

Capitolo 55: Chiuse in bagno, alla MIM

“Apri, Abigail, non fare così…”
Silenzio.
“Dài Abigail, parliamone…”
Singhiozzi soffocati.
“Abigail, apri questa porta. Non farmi stare qui fuori dal bagno a supplicarti…”
“Vattene, pensavo che fossi mia amica!”
“Sono tua amica, Abigail! Dài, apri…”
“No, sei falsa. E spia. E sei anche cattiva! Ecco cosa sei, altro che amica.”
“Abigail, forse ho sbagliato… avrei dovuto parlarne con te, ma ero proprio arrabbiata. Ora apri quella porta però, così almeno ci guardiamo in faccia…”
“Non voglio vederla più quella tua faccia ipocrita. Vai via!”
“Abigail, ti chiedo scusa. Parliamone e poi decidi cosa vuoi fare, ok? Se non vorrai più parlarmi, capirò.”
Silenzio.

La porta si socchiude.
Rosy Lynn entra, Abigail è seduta sul coperchio del water. La stanza è molto piccola, quattro metri quadri al massimo. Abigail si è tolta le scarpe e le ha buttate in un angolo.
Si asciuga le lacrime con un fazzolettino ormai zuppo, il trucco è tutto sbavato, ma lei non ci fa caso. Piange e basta, singhiozza forte, non riesce a fermarsi.
Rosy Lynn entra e chiude la porta.
Restano così. Una a piangere e l’altra a guardarla, una seduta scomposta e l’altra in piedi, statuaria, appoggiata con la schiena alla porta e con le braccia incrociate sul petto.

Rosy Lynn decide che è meglio aspettare che Abigail si calmi, ma il suo pianto è senza fine, non si placa, si rinnova e si rigenera. È un flusso di disperazione che scende e risale, come un gospel molto triste. Quel pianto non accenna a finire perché viene da lontano e ha atteso a lungo prima di sfogarsi, ma questo Rosy Lynn non può saperlo. Vede solo un’amica disperata, come se le fosse morta una madre o una figlia.
“È troppo” si dice, allarga le mani e scrolla le spalle.

Rosy Lynn sente che una disperazione intensa e profonda inizia ad avvolgere anche lei, allargandosi fino a riempirle l’anima. Cerca di ritrovare un po’ della sua rabbia per scacciare quell’ombra nera che la opprime. Non vuole cedere a qualcosa che non capisce, che le sembra eccessivo.
“È troppo!” ripete.
In quel preciso istante Rosy Lynn capisce che non si tratta di lei e neanche di Alice o dell’agenzia. Guarda Abigail e le si inumidiscono gli occhi, la sente vicina come mai prima. Ora sa che quell’ombra di nero e inquietante dolore sta sgorgando dai più reconditi recessi dell’anima di Abigail. Capisce che Abigail non l’aveva mai lasciato uscire. Capisce che lei e Alice, per qualche strano motivo, l’hanno liberato e ora scorre copioso, avvolgendole entrambe, in quel minuscolo bagno di quattro metri quadrati.
“Dimmelo, Abigail, dimmi quello che è successo. Dimmelo, amica mia, sii forte. È parlando che si inizia a dimenticare” dice Rosy Lynn, prendendole la mano.

“Mi prendeva la mano e se la poggiava davanti” singhiozza Abigail. “Io non volevo, ma la sua stretta era di ferro. Mi spostava la mano su e giù e io non riuscivo a oppormi.” Abigail si ferma, le lacrime soffocano le parole.
“Poi si slacciava i pantaloni” riprende, “e con l’altra mano mi strappava i vestiti e mi spingeva in ginocchio” singhiozzi più forti. Rosy Lynn tace, l’ombra nera del dolore di Abigail la invade. Piange anche lei, in silenzio.
“Allora io scappavo in un prato. Con la mente però, perché il mio corpo non poteva scappare” singhiozza, “e mi sdraiavo sull’erba e guardavo gli alberi e le foglie che ondeggiavano al vento. E lui mi usava, ma io non ero più lì, i miei pensieri erano altrove. Quando aveva finito, si alzava e se ne andava, e io restavo per terra ad aspettare che uscisse dal bagno per andarmi a lavare. Mi lavavo per ore, ma quello sporco non andava via. Quello sporco scivolava via dal corpo ma mi entrava nel cuore.”

“Era drogato?” chiede Rosy Lynn. Due lacrime le rigano il volto ma non le asciuga.
“Chi è stato? Alex? Dimmelo…” la incalza.
Abigail tira su la testa di scatto e toglie le mani dal viso. La fissa negli occhi, con le guance sporche di mascara. È attonita.
“Non capisci, Rosy Lynn? Era mio padre. E io avevo dodici anni!”
Rosy Lynn allora capisce cos’era quell’ombra nera. Cala tutte le difese e lascia che l’ombra la possieda, non ha più forza per contrastarla. Tace e piange, in silenzio. Anche Abigail ha smesso di singhiozzare, piangono e basta. Insieme, in quel minuscolo bagno di quattro metri quadrati.

Capitolo 56: Un invito, gradito

Era arrivato a passettini veloci, l’avevano sentito entrare nell’antibagno e fermarsi dietro la porta.
Silenzio.
Tre colpi rapidi. Toc, toc, toc.
“Su, su carineeee” aveva detto con voce squillante.
“Sono l’angelo custode dell’open space, il cherubino della pipì. Se non liberate il bagno delle bimbe, nella stanza di là se la faranno tutte addosso e nessuno vi rivolgerà più la parola in questa agenzia…”
Tommy, chi altri?

“Allora?” continua Tommy, imitando la voce arrochita di Al Pacino. “Aprite o devo sfondare la porta?”
Silenzio.
“Va bene. Ho capito” dice Tommy in falsetto. “Con voi due zuccherine il bastone non serve. Proviamo con la carota?”
Abigail e Rosy Lynn si guardano e scoppiano a ridere.
“Dài, provaci” lo sprona Rosy Lynn, asciugandosi le ultime lacrime. “Vediamo cos’hai da offrire…”
“E che sia una cosa molto allegra, mi raccomando” aggiunge Abigail, che ha tirato fuori dalla borsa uno specchietto e sta osservando lo scempio del mascara che le è colato sul viso.
“Sì, dev’essere qualcosa di allegro, di cose tristi ne abbiamo già abbastanza” conclude Rosy Lynn.
“Mmm, vediamo un po’…” Tommy finge di pensarci.
“Cosa è allegro per due ragazze allegre? Eureka, ci sono! Ma non ve lo dico se non uscite da quel bagno…”
“Dài, Tommy. Abbi pietà! Ci servono almeno dieci minuti per essere presentabili” risponde Rosy Lynn.
“Dieci minuuuutiiii.” Tommy si finge scandalizzato. “Diventerò vecchio prima che usciate! Lo sapevo che un giorno sarebbe successo, diventerò vecchio e nessun ragazzo mi guarderà più! E sarà tutta colpa vostra.”
“Ok, se ci dici che cosa hai in mente, ci sbrighiamo in cinque minuti” propone Abigail, e intanto si rifà il trucco con piccoli gesti veloci.
“Una sola parola. Martini Lounge, aperitivo, stasera!” esclama Tommy.
“Quelle sono quattro parole, Tommy” precisa Rosy Lynn.
“Affare fatto” la correggere prontamente Abigail.
“Cinque minuti, allora. Vi aspetto di là, e se non uscite entro cinque minuti, fffiiiù, l’accordo svanisce!”
Tre passettini veloci, il cigolio della porta dell’antibagno che si apre ma non si richiude. Una pausa.
“E cercate di essere bellissime, stasera! Così tutti quei bei ragazzi guardano voi e poi vedono meeee.”
Slam, la porta dell’antibagno si chiude. Silenzio.
Dopo cinque minuti Rosy Lynn e Abigail escono e fanno ciao ciao con la mano a Tommy, seduto al centro dell’open space della MIM.

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