ProtagonistaTu

ProtagonistaTu

Hai mai pensato di diventare il protagonista di un romanzo? Da oggi con Social Killer puoi dare il tuo viso a Rosy Linn, Alice o Alex, attraverso il gioco ProtagonistaTu

Partecipare è semplicissimo: collegati a Facebook, cerca il profilo Interagisci Sk e invia un messaggio con Nome, Cognome, indirizzo e-mail e una foto.

La tua foto verrà caricata all’interno dell’album Protagonista Tu sulle pagine Facebook di Chiara De Stefani, Marco Rubino e Deborah Grandini. Negli album di di Chiara, Deborah e Marco troverai le fotografie degli altri partecipanti.

Invita gli amici a cliccare Like sulla tua foto: più consensi avrai maggiori saranno le possibilità di partecipare alla finale!

Accederanno infatti alla fase decisiva del gioco i tre ragazzi e le tre ragazze le cui foto avranno il maggior numero di Like. Sulla pagina Facebook dell’autore Vito Di Bari si svolgerà l’ultima votazione, che decreterà i tre vincitori.

Non ti resta che giocare per entrare nel tuo libro da protagonista!

Capitolo 14: Alice

Alice si arrotola una ciocca di capelli attorno al dito e guarda la sua stanza. Inizia dal poster di Alice nel Paese delle Meraviglie accanto alla porta. Parte sempre dal poster questo suo strano rito, da ventidue anni.

Ha cominciato a farlo a otto anni, quando la mamma le aveva detto: “Chiudi gli occhi e dammi la manina” e lei l’aveva seguita con il cuore che le batteva forte, perché era il giorno del suo compleanno e si aspettava una bella sorpresa.
“Vieni con me, piccola, ma stai attenta a non correre con gli occhi chiusi.”
Alice ricorda lo sguardo del papà che le guardava dall’angolo del corridoio. Sapeva che la guardava anche se non lo vedeva perché teneva gli occhi chiuse, altrimenti, si sa, le magie finiscono e la sorpresa sparisce.
“Ecco, fermati, ma non aprire gli occhi.” Alice ricordava le parole esatte.
Capì che la mamma stava aprendo la porta dello studio di papà, in fondo al corridoio.
“Adesso puoi aprirli” e Alice guardò la cosa più bella che avesse mai visto, o almeno così la ricorda. Un letto coperto da un enorme piumone rosa e pieno di cuscini grandi e morbidi, con gli animaletti di peluche di quando era piccola che spuntavano fra un cuscino e l’altro, come se giocassero a nascondersi.
Capì allora che quel giorno sarebbe diventata grande, o almeno così le sembrò, perché ora aveva una stanza tutta sua, una stanza con una porta che si poteva chiudere e tutti gli altri restavano fuori, una stanza che poteva cambiare all’infinito come più le aggradava, perché è così che fanno i grandi che hanno una stanza tutta per loro. Alice si voltò a guardare il papà, che era rimasto fermo all’angolo del corridoio alle sue spalle.
“Ma questo è il tuo studio!” pensò. Ma non lo disse, per paura che la magia si dissolvesse.
Papà doveva averle letto nella mente, perché le fece un grande sorriso e dichiarò: “Adesso è la tua stanza, piccolina”:
Alice girò piano la testa per guardare di nuovo il letto. “Non scomparire, ti prego, non scomparire…” pensò, ma il letto era ancora lì. Poi fece un passo avanti e si guardò attorno. Iniziò da destra, dal poster di Alice nel Paese delle Meraviglie accanto alla porta, e da lì, lentamente, come si scarta un regalo prezioso, scoprì una a una le meraviglie del suo piccolo regno.

Ora, al posto di quel poster c’è quello del nuovo film di Tim Burton, con Johnny Depp vestito da cappellaio matto e il bruco che lo guarda da sopra un fungo gigante con il castello sullo sfondo. Ora Alice ha trent’anni.
Gira lentamente lo sguardo e vede la poltroncina di velluto con il minuscolo tavolino da tè, il tappeto variopinto che ha portato dal Perù, la sua scrivania con il computer al centro esatto del ripiano e la foto del papà nell’angolo a destra, l’armadio con due ante aperte a svelare gli alti specchi interni ed i vestiti disposti in quattro file ordinate, il libro di Gabriel Garcia Marquez sul comodino vicino all’abat-jour di seta bianca con le perline rosa. E poi, il letto. Alice lo guarda sempre per ultimo. È ancora vestito di un soffice rosa, con grandi cuscini morbidi e gli stessi peluche di quando era bimba.
Alice chiude gli occhi ed esprime un desiderio che però non si può dire, perché se li dici, i desideri non si avverano. Poi apre gli occhi ed entra nella sua stanza. È quasi ora di cena, e lei è rientrata dal lavoro all’agenzia di modelle che dirige.

“Perché non ci sei più, papà?” chiede, sussurrando, alla foto sulla scrivania. “Ho bisogno dei tuoi consigli.”
Alice posa la grande borsa nera sulla poltroncina di velluto. È la prima cosa che fa quando torna a casa.
“… di quei consigli che mi davi la sera, quando tornavo a casa scazzata.” Appende la giacca del tailleur grigio antracite e inizia a spogliarsi guardandosi allo specchio.
“… e tu sollevavi la testa dal libro, mi salutavi e poi mi dicevi: vieni qui, parliamo.” Piega la camicia e appende la gonna nell’armadio.
“… allora io mi sedevo sul divano al tuo fianco e tu ti giravi verso di me e posavi il libro fra di noi, dopo avere piegato il bordo della pagina per ritrovare il segno.”

Alice accosta le ante dell’armadio e si mette al centro dei due specchi interni. Indossa solo le scarpe e la lingerie di Victoria’s Secret che le piace nascondere sotto l’austero tailleur. La lingerie è rosa, come i cuscini del suo letto, con pizzi bianchi.
“Mi dicevi sempre la stessa frase, papà: come è andata oggi, principessina?”
Alice si valuta attentamente e conclude che, nonostante tutto, è in grande forma.
Anche quella sera è tornata a casa triste, come le succede ogni giorno ormai da qualche mese. Da quando Carlo e lei si sono lasciati, o meglio da quando ha scoperto per caso che quell’animale di Carlo si faceva l’assistente.
“L’accompagno io, tanto è di strada” le aveva detto la seconda sera che erano usciti insieme, lasciandola a casa.
Era iniziato tutto la settimana prima, quando Carlo le aveva detto: “Una delle mie collaboratrici in ufficio è un po’ depressa, la portiamo con noi?”
“Quanto sono stata stupida!” pensa Alice, e cerca di consolarsi ammirando allo specchio le curve perfette del suo morbido seno. “E ora la depressa sono io, Glenda esce con Carlo tutte le sere e io me ne torno qui a casa con la mamma.”
Alice gira la testa per guardarsi di spalle, vede la curva del collo seminascosta dai capelli morbidi, la schiena e i fianchi, il sedere alto e sodo e le lunghissime gambe che poggiano sui tacchi slanciati delle sue amate Jimmy Choo nere.
“E nessuno mi chiede com’è andata oggi, nessuno mi chiama più principessina.”

Alice ripone le scarpe sul quarto ripiano dall’alto e chiude le due ante dell’armadio. Lo fa con una mano su ogni porta, lentamente, come se chiudesse un sipario, o un capitolo. O una storia finita male. Guarda le porte che si accostano, lascia che la sua immagine riflessa vada lentamente a nascondersi dentro l’armadio, lascia che scivoli via insieme agli specchi attaccati dietro le ante che scompaiono alla sua vista.
Sente il click delle porte che si allacciano e la lasciano fuori, in piedi davanti a un armadio chiuso, a chiedersi: “E adesso che cosa faccio?”.

Alice scuote le spalle e infila con un movimento fluido la a vestaglia di seta bianca, poi si gira verso il tavolo e solleva lo schermo del suo Mac.
Si siede e accende il computer. Alla voce “come ti senti” scrive, “mi sento sola, come se il mondo chiudesse i battenti ogni sera quando esco dal lavoro e mi chiudesse a chiave fuori, sola nel buio della notte.”
Qualcuno stanotte leggerà quella frase, qualcuno che di notte uccide.


Capitolo 28: Virginia e Marco al Just Cavalli (Alex entra in gioco)

“Vieni, seguimi” gli dice Virginia prendendogli la mano e infilandosi nella ressa delle due di notte al Just Cavalli, Marco la segue docilmente. Sa bene che quella mano nella mano non è affetto né cameratismo, ma un segno di possesso. Virginia esibisce il suo biondino con i boccoli agli amici del Just Cavalli, lo mostra come un trofeo. Marco sorride fra sé.
“Se solo sapesse…” si dice.

Virginia intanto si è fermata a parlare con un tipo bruno con i capelli corti tagliati a spazzola, palestrato e con occhiali da sole di tartaruga Dolce e Gabbana. Con la luce artificiale non ne ha certo bisogno, pensa Marco, ma come la giacca di cotone color acquamarina sui pantaloni blu e la camicia bianca aperta sul petto muscoloso e abbronzato, anche gli occhiali fanno parte del suo look.
“Lui è Alex” dice Virginia posando una mano sulla spalla del palestrato. La lascia lì e tira piano verso di sé Marco, che era rimasto un po’ indietro. Alex le cinge la vita e sorride mostrando denti bianchissimi.
“Piacere. E tu chi sei? Il nuovo cucciolo d’uomo di Virgi?”
“Sembra proprio di sì. E tu sei quello di vent’anni fa?”
“È un tipo tosto il tuo bimbo…” dice Alex, scoppiando a ridere e alzando la mano a chiedergli un cinque.
Alex ha una bella risata aperta, in contrasto con l’aria da lupo che assume quando gioca a fare il figo, pensa Marco. Le loro mani si schiaffeggiano sopra la testa di Virginia, che sorride di quel gioco tra maschietti.
“Prima volta qui al Cavalli, Marco?”
“Sì, Alex” risponde, orgoglioso di sentirsi chiamare per nome da quel quarantenne così figo.
“Ti piacerà” sorride, “ma non stare troppo attaccato a questa vecchia befana, se no ti perdi le occasioni migliori…”
Virginia gli dà un pugno scherzoso sul bicipite che gli gonfia la manica della giacca, Alex ride e si china a darle un bacino sulle labbra, lei gli schiocca un bacio di rimando.
“La verità è che sono un po’ geloso di te, Marco, e se riesco a convincerti a correre dietro a qualche altra gonnella posso venire a insidiarla.”
“Non ci riuscirai, Alex. Stasera è solo mia, ripassa quando mi scarica, ok?”
“La smettete, galletti?” ride Virginia, incamminandosi e tirandosi dietro Marco.
Passandogli accanto, infila una mano nella camicia aperta di Alex e gli massaggia dolcemente i muscoli. Marco la segue, docile, guidato dalla presa gentile ma ferma di quella mano nella mano e sorride ad Alex allargando il braccio libero, come per dire “scusa”.
Alex allunga le due mani verso di lui come quando si presenta una star, significa “è tutta tua”.
“Per questa sera …” pensa Marco mentre perde di vista Alex e segue Virginia verso il centro del locale.

“Tu portato molto bello giovane amico!”
“Ti piace, Natascia? Magari sei fai la brava ti faccio fare un giro” dice Virginia alla stangona bionda con un seno giunonico.
“Magari” pensa Marco, senza avere il coraggio di dirlo.
“Questo molto buono affare, tu dici cosa vuoi di me e io poi fa giro con angioletto biondo”
Natascia tira su il mento di Marco con un dito e lo costringe a guardarla negli occhi.
“Si tu vuole angioletto, naturalmente.”
Marco guarda Virginia che lo osserva divertita e inizia a farfugliare.
“Ma, io… certo che… insomma se Virginia…”
Le due ragazze scoppiano a ridere, complici.
“Forse tu troppo angioletto per quello che io pensa, carino…”
“No, Natascia” dice Virginia con un’aria maliziosa, “se la cava bene…”

“Bene, allora affare fatto. Tu sensuale vampira passa a me giovane zuccherino. Cosa vuoi da me ora per giro di ragazzo?”
“Dammi un tavolo nell’area VIP, dài.”
“Viene con me” dice Natascia prendendo la mano di Virginia e tirandosela dietro con uno strattone.
“E tu tiene questo e fai telefonino, ok?” dice a Marco dandogli il suo biglietto da visita. Marco gli dà un’occhiata veloce, c’è scritto: “Natascia Janekova, PR” e c’è solo un numero di cellulare.
All’improvviso gli manca il terreno sotto i piedi, lo strattone di Natascia si è tirato dietro Virginia che ora si tira dietro lui. Natascia ha preso il timone della cordata e l’effetto è simile a un uragano.
“Non sono mica venuto al Just Cavalli a fare il trenino!” protesta Marco, facendosi largo tra la folla che si apre davanti a Virginia. “Come il Mar Rosso davanti a Mosè” pensa. “Be’, più o meno…” si dice guardando le gambe lunghissime di Natascia che guida la volata. In quattro passi sono davanti a un tavolino con due sedie nell’area VIP. Su un segnaposto c’è scritto RISERVATO, Natascia lo toglie e fa cenno di sedersi. Marco si siede, Virginia no.
“Aspettami un attimo, piccolo.”
“Dove vai?” le chiede Marco, rendendosi conto che nella sua voce c’è una sfumatura di apprensione.
“In un posto da signorine. Non puoi venire, bimbo” risponde Virginia mentre già si allontana.
“Virginia!” la chiama Marco. Lei si volta di colpo, incuriosita da quel tono deciso.
“Sì?”
“Smettila di chiamarmi piccolo e bimbo” le dice Marco con un’espressione accigliata, “altrimenti mi costringerai a chiamarti mamma…”
“Ok, ok. Ne parliamo quando torno…” risponde Virginia e corre via.

Marco non ha voglia di restare seduto, si alza e resta in piedi vicino al tavolo. Si guarda intorno, assapora il piacere di essere finalmente al Just Cavalli.
Davanti a lui c’è la sala gremita di gente, in fondo a destra il bar e al centro la postazione del dj, con a sinistra il palchetto dell’area VIP. Due bellissime modelle stanno avanzando verso di lui, una è bionda e l’altra bruna. Una delle due fa un cenno all’altra per mostrarle qualcuno o qualcosa. Marco segue il dito puntato verso la sala.
“Le sta indicando il bar” pensa “questo vuol dire che mi passeranno davanti.”
Le due ragazze costeggiano l’area VIP e cercano una breccia nel muro di gente. A un tratto si guardano con aria stupita e poi si girano verso i tavoli, Marco segue il loro sguardo e vede un uomo con l’aria da manager che solleva un bicchiere di champagne come per un brindisi. È Carlo, ma Marco non lo conosce. Le due ragazze fanno un sorriso e proseguono.
Quando gli passano di fianco, Marco dice: “Hi, how are you doing?” È certo che siano americane. “Hi sweetheart, do we know you?” gli risponde la prima delle due, continuando a camminare.
“Not yet, my name is Marco.”
“Nice to meet you Marco” dice l’altra, passandogli accanto.
“And you?” chiede lui.
“What?”
“Your name?”
“Abigail” risponde la bruna.
“Rosy Lynn” urla la bionda senza neanche voltarsi, e spariscono nella folla.
“Piacere” mormora Marco, indispettito.
Si volta a guardare verso gli altri tavoli dell’area VIP, forse è per via di quel tipo che non gli hanno dato retta, forse non volevano farsi vedere da lui mentre si fermavano a parlare. Ma lui non sta neanche guardando dalla loro parte, si sta sbaciucchiando con una morettina in minigonna che si sporge verso di lui.
“Ma quella è Deborah, l’amica di Chiara” pensa Marco “Cosa ci fa qui? È splendida, e io non me la sono mai filata … mi sa che uno di questi giorni la chiamo.”

“Forse anch’io sembro più figo, qui” pensa Marco. “La gente sembra diversa in questo posto”

Vede Virginia che ritorna. Sta sorridendo a qualcuno, è il tipo con l’aria da manager.
Gli fa segno con il dito di avvicinarsi, lui la segue dietro un angolo riparato. Virginia appoggia le spalle al muro, parlano. Lui le sorride, lei reclina la testa e lo guarda negli occhi. Lui accosta il viso e la bacia, a lungo. È un bacio vero.
Marco li guarda, sa di avere rubato un momento di intimità che doveva restare segreto. Sa anche che non ha alcun diritto di lamentarsene. Capisce di essere per Virginia soltanto una parentesi, nient’altro che un passatempo. Lo sapeva già e in fondo non gli importa, ma vederselo sbattere in faccia così fa comunque male. Fa male all’orgoglio.

“Si è sentito solo il mio bimbo?” Virginia gli sorride, sedendosi.
Marco non risponde e guarda altrove.


Capitolo 45: Rosy Lynn

“Dai Abigail, sbrigati. Siamo in ritardo…”
“Aspetta, scrivo un’ultima frase e spengo.”
“Stai sempre attaccata a quel computer… ogni mattina, appena ti alzi. Ma cosa ci trovi?”
“Tutto quello che fanno le mie amiche a Houston, ci trovo! È bellissimo. Io vado a dormire, mi sveglio, apro datebook e loro hanno scritto tutto quello che hanno fatto durante la notte. La mia notte, perché in Texas era giorno… ”

“Ma hai proprio bisogno del gossip in diretta tutti i giorni? Dobbiamo essere al casting fra… ” Rosy Lynn guarda l’orologio. “Ventiquattro minuti, sbrigati!”
“Va bene, va bene. Sto chiudendo, non ti arrabbiare… ” risponde Abigail, pigiando freneticamente sui tasti, “tanto poi ci fanno sempre aspettare… ”
“Sì, ma oggi partono i casting per la nuova stagione! Vuoi che ci freghino le sfilate migliori? Se arriviamo tardi al primo, poi saremo in ritardo anche per gli altri tre…”
“Arrivo. Lo so, lo so” Abigail spegne il computer, si alza e corre verso il bagno.
“Ecco, finito. Vedi? Stiamo andando… ”
Rosy Lynn vede la porta del bagno chiudersi dietro di lei prima di riuscire a risponderle, sbuffa e si siede sul letto. Sa già che dovrà aspettare almeno altri dieci minuti prima che esca da quel bagno. Guarda di nuovo l’orologio. “Diciotto minuti, Abigail!” grida verso la porta chiusa. “E ce ne servono almeno dieci per arrivare!”
“Tanto lo so che non ce la faremo mai ad arrivare puntuali… ” conclude a mezza voce.
Appoggia la cartella del book fotografico sul letto e si siede.

“Che casino questa stanza” pensa mentre si guarda attorno e vede vestiti appesi alle maniglie, mutandine e reggiseni abbandonati sopra e sotto le sedie, borse mezze svuotate sulla scrivania e sulla poltrona, bottiglie e cibo sul ripiano della cucina, piatti e tazze da lavare nel lavandino, tre libri abbandonati sul davanzale della finestra, riviste e depliants dappertutto. E scarpe. Un numero impressionante di scarpe. Scarpe allineate negli scaffali dell’armadio, scarpe infilate a metà sotto i due lettini, scarpe sotto ogni singola sedia della stanza.
“Forse è l’unica cosa che abbiamo in comune” pensa Rosy Lynn, sorridendo. “Una vera passione per le scarpe.”
In tutto il resto Abigail e Rosy Lynn sono diverse.
“Per cominciare, io sono siciliana e mi chiamo Rosalia, mentre lei è texana e le piace la country music, il che è tutto dire… ” pensa, scoppiando a ridere da sola.
Rosalia è nata a Palermo da una madre veneta e un padre siciliano, colonnello dell’aviazione di stanza a Punta Raisi. Ed è cresciuta negli ambienti ovattati dei Circoli e delle spiagge riservate agli ufficiali di carriera, con i balli in abito lungo e i cadetti che le facevano una corte discreta.
E con le regole, dettate dal Colonnello, come lo chiamavano affettuosamente a casa. Tante regole, troppe. “Torna a casa alle nove, quella gonna è troppo corta, smettila di frequentare quel giovanotto; se proprio volete vedervi, fatelo qui a casa quando c’è la mamma…”
Una regola dopo l’altra, fino ai diciotto anni. Finito il liceo, era andata all’università a New York.
Fine delle regole, con buona pace del Colonnello.

Mentre studiava alla New York University, Rosalia aveva iniziato a lavorare per avere qualche soldo in tasca. Gli studenti della NYU lo facevano tutti, solo che le sue amiche facevano le cameriere o le babysitter e lei la modella. Con una piccola agenzia, molto paziente sulla sua indisponibilità a causa delle lezioni da seguire e degli esami da dare.
Era facile essere pazienti con Rosalia. Era la modella più richiesta, ed era bellissima. Bionda, occhi verdi, alta 1.80, un corpo perfetto. E intelligente, anche. Brava nel tenere vive le relazioni e nel tenere lontani i cretini che ci provavano, puntuale e professionale sul lavoro, dotata di un’eleganza naturale che valorizzava qualsiasi capo indossasse. Quando si laureò (a pieni voti) e disse all’agenzia che tornava in Italia, il suo boss (Sarah, una manager dal pugno di ferro in guanti di velluto) si mise a piangere. Non metaforicamente, si mise a piangere davvero, perché a Rosalia si era molto affezionata.
“E ora, eccomi qui.”
Rosalia si era iscritta a un master in Bocconi e accasata con la MIM, Milan International Models, che le pagava l’affitto di un monolocale (in condivisione con Abigail, purtroppo) e un anticipo sui compensi di mille euro al mese. Era tutto ciò che le serviva per mantenersi agli studi “… e non tornare a Palermo, soprattutto” pensa Rosalia.
Il master lo pagava il Colonnello, che un master in Bocconi aveva sempre sognato di farlo, ma si era messa di mezzo la carriera militare.

“Allora? Hai finito?”
Rosalia guarda l’orologio per la settima volta in dieci minuti.
“Mancano otto, minuti Abigail!”
Quanto odiava arrivare in ritardo… ma con Abigail non si riusciva a fare diversamente.
“Deve essere genetico” pensa Rosalia “con un padre napoletano… ”
Sì, perché Abigail era texana solo a metà, per parte di madre. Suo padre invece era napoletano, e a Houston faceva il pizzaiolo, mentre la mamma era la cameriera della pizzeria. Colpo di fulmine et voilà, Abigail! Al quinto colpo però, i primi quattro fratelli erano maschi. Il risultato era un’allegra famiglia di spiantati da mantenere a colpi di pizza. Ma a giudicare dalle foto che Abigail le mostrava, nessuno a casa Spariozzo se ne preoccupava e ridevano sempre.
“Ma si può?” pensa Rosalia “vivo con una texana che si chiama Spariozzo…” e Abigail uscì proprio in quell’istante dal bagno. Con l’andatura di una vamp e due tacchi altissimi.

“Come sto?” le chiede. Rosy Lynn non aveva voglia di dire bugie e non risponde.
“Sbrigati” le dice.
Poi la guarda meglio e aggiunge con stizza “E sarà meglio che ti pulisci quella pista dal naso, non vorrei pensassero che la tiriamo insieme”.
Abigail fa due passi all’indietro e ruota il busto verso lo specchio, poi prende un fazzolettino di carta dal contenitore sulla mensola al lato del lavandino e pulisce accuratamente una lacrima di polverina bianca annidata nel bordo della narice.
“Quel mascalzone di Alex!” borbotta Rosy Lynn mentre esce di casa senza aspettarla e imbocca le scale.
“Mi porta a casa lui. Tutto sotto controllo, non ti preoccupare” aveva detto ieri notte Abigail quando erano uscite dal Just Cavalli. E poi l’aveva sentita rientrare all’alba, in punta di piedi.
“Sotto controllo ’sta ****!” esclama Rosy Lynn uscendo dal portone del palazzo.

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IL FUTURO, OGGI: Il professore Vito Di Bari svela i segreti della prossima frontiera della robotica al consumo

VGo, teleconferencing, robotics, communications

VGo, teleconferencing, robotics, communications

Avete presente R2D2? Era il robottino di Star Wars, quello piccolino (l’altro era C3PO). E’ lui che mostra l’ologramma della principessa Leila. Anche noi potremo avere un robottino che ci segue e – all’occorrenza – ci rimanda immagini o persino parla per noi, con la nostra faccia. Si chiamera’ VGo ed e’ il prossimo passo nella comunicazione visiva: la telepresenza robotica. VGo rende possibile non solo vedere e parlare con altri che si trovano in un luogo distante, ma anche muoversi, proprio come faremmo se fossimo lì di persona. La telepresenza robotica aumenta la produttività e riduce i costi. Il collegamento avviene via internet e è controllato da un telecomando, utilizza un normale PC

Vuoi vedere il robottino che comunica VGo in anteprima? Guardate il video qui sotto.

IL FUTURO, OGGI: Il professore Vito Di Bari mostra in anteprima il passeggino che sboccia come un origami

Origami Stroller, LCD, 4 Moms

Quante volte abbiamo avuto problemi nell’aprire e chiudere un passeggino? Ora non accadra’ piu’, perche’ i passeggini de futuro si apriranno e chiuderanno come origami. Origami e’ il nome di un passeggino creato da quattro mamme di Pittsburgh. Al tocco di un pulsante si piega e apre automaticamente, ma non solo. Ha un generatore incorporato nelle ruote posteriori che ricarica le batterie del passeggino e il cellulare e il palmare della mamma. Ha luci di segnalazione, sospensioni sulle quattro ruote e sensori di sicurezza. Un LCD nel manubrio visualizza termometro, tachimetro e contachilometri. E’ colorato ed ha anche un design elegante, con quattro gambe e un singolo pod centrale che lo supporta.
Vuoi vedere il passeggino Origami in funzione? Guardate il video qui sotto.

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Vuoi vedere il passeggino Origami in funzione? Guardate il video qui sotto.

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VGo, teleconferencing, robotics, communications

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